Le Batterie Sanseveresi

Le celebri batterie pirotecniche di San Severo, conosciute localmente anche come “fuochi”, rappresentano un unicum nel panorama delle feste popolari italiane. Paragonabili alle mascletás valenciane della Spagna, queste sequenze di esplosioni rituali sono parte integrante delle celebrazioni religiose cittadine da oltre tre secoli.

Cos’è una “batteria”

Una batteria sanseverese è una composizione ritmata di botti ed esplosioni di varia intensità, spesso lunga decine o centinaia di metri. Si apre con le rotelle, giochi pirotecnici isolati, seguiti da una lunga miccia che, bruciando progressivamente, innesca una successione precisa di scoppi:

  • Colpi ordinari si alternano a una detonazione più forte, chiamata risposta.
  • Dopo ogni terza risposta, si ode una quinta, o calcasso: un’esplosione ancora più violenta.
  • L’intero andamento è scandito da bengala, fontane luminose, strappi (colpi simultanei), accelerazioni improvvise e frenate fragorose.

Il culmine della batteria è il cosiddetto finale o scappata: una rapidissima sequenza di esplosioni che travolge gli spettatori in un crescendo adrenalinico e coinvolgente.

Le batterie notturne, spesso accompagnate da giochi di luce colorati, sono talvolta definite impropriamente “alla bolognese”, ma seguono una logica tutta sanseverese.

 

 

Origini storiche: una tradizione radicata

Il primo documento noto che attesta l’uso delle batterie risale al 1707: il clero della parrocchia di San Severino, in una lettera alla Congregazione dei Morti, invitava a celebrare la festa della Pietà «co’ ogni pompa possibile […] con sparatorii», per incrementare la solennità e la devozione verso la Vergine.

Il fatto che l’uso dei “sparatorii” (botti) venga citato senza particolari spiegazioni o enfasi ci fa comprendere che la pratica fosse già allora comune e consolidata, probabilmente in uso fin dalla seconda metà del Seicento.

Un’altra testimonianza significativa arriva dal 1748, quando una processione di insediamento ecclesiastico — con la partecipazione del vescovo e delle autorità civili — fu accompagnata da batterie da tremila e cinquemila botti, accese nei pressi delle chiese. Questo dimostra non solo la regolarità dell’uso delle batterie nei cortei religiosi, ma anche l’esistenza di una produzione pirotecnica complessa e strutturata già nel XVIII secolo.

 

Fujenti: la corsa con il fuoco

A partire dalla prima metà del Novecento, le batterie hanno assunto un ruolo ancora più spettacolare grazie alla nascita di un rituale oggi celebre: la corsa dei fujenti.

Durante l’incendio della batteria, i fujenti — devoti e coraggiosi — corrono dietro la miccia in fiamme, inseguendo il fuoco, tra botti, fumo, scintille e carta che vola. Questa corsa, che prosegue fino al fragoroso finale, è vissuta come una vera e propria catarsi collettiva, un’esplosiva fuga simbolica dalla morte, trasformata in celebrazione della vita.

È un momento in cui il sacro e il popolare si fondono in una danza ancestrale di suoni e fuoco, sotto lo sguardo benevolo dei santi patroni.

 

Tentativi di divieto e difesa popolare

Nel corso del tempo, soprattutto nella seconda metà del Novecento, si sono moltiplicati i tentativi — sia da parte delle autorità civili che religiose — di limitare o vietare l’uso delle batterie, considerandole pericolose.

Tra le date più critiche ricordiamo le crisi del 1968, 1986, 1989 e 1990. Tuttavia, la resistenza popolare è sempre stata determinata. Particolarmente tesa fu la situazione nel 2002, quando il Commissariato di Polizia locale applicò rigidamente una circolare ministeriale sulla sicurezza (22 gennaio 2001). La reazione fu esplosiva: la processione patronale venne interrotta da una protesta pubblica che costrinse il corteo religioso a un rientro anticipato. Anche il vescovo dell’epoca fu oggetto di contestazioni verbali.

La vicenda spinse i cittadini a mobilitarsi in difesa della tradizione. Nel 2003, grazie al lavoro di un comitato civico, la Commissione consultiva centrale per le sostanze esplodenti del Ministero dell’Interno deliberò ufficialmente che le batterie sanseveresi non sono da classificarsi come manufatti esplodenti, bensì come:

“Serie di colpetti a salve per impiego da strada tipica di San Severo”

Questa definizione — “colpetti a salve alla sanseverese” — ha legalmente riconosciuto l’eccezionalità e il valore culturale delle batterie, salvaguardandone la continuità.

 

Una tradizione viva, unica al mondo

Le batterie sanseveresi non sono solo un elemento decorativo delle celebrazioni: sono la festa stessa, il suo cuore battente e rumoroso. Un linguaggio di fuoco, ritmo e coraggio, che da secoli racconta la storia, la fede e lo spirito ribelle della città.

Nel fragore delle quinte e nella corsa dei fujenti si manifesta qualcosa di più profondo: una liturgia del popolo, viscerale e irripetibile, capace di unire sacro e profano, antichità e modernità, comunità e identità.